Sul campo con “Non uno di troppo”, tra Campania e Calabria
A cura di Fiorella Ferrandino - Tesoriera di Save the DogsNell’ultima settimana di marzo 2026 ho partecipato a una missione nel Sud Italia nell’ambito del progetto “Non Uno di Troppo”.
È stata l’occasione per seguire da vicino le attività sul territorio, osservando in prima persona il lavoro dei partner a Castelvolturno, in Campania e a Rogliano, in Calabria.
Interventi di sterilizzazione in Campania
A Castel Volturno siamo stati accolti da Gabriella, responsabile del Rifugio del Cane San Francesco. La struttura è grande e articolata in diverse aree e il contributo dei volontari è fondamentale per garantire la gestione delle attività e il benessere degli animali ospitati.
Durante la nostra visita, nella sala operatoria del rifugio attrezzata proprio da Save the Dogs, si è tenuta una spayathon, una maratona di sterilizzazioni. I veterinari hanno coordinato gli interventi seguendo un protocollo rigoroso, sviluppato negli anni grazie alla formazione ricevuta dalla dr.ssa Dorothea Fritz. Si tratta di una tecnica mini-invasiva, pensata per ridurre il dolore post-operatorio.
La sterilizzazione è il pilastro del progetto “Non Uno di Troppo” e della filosofia di Save the Dogs. È uno strumento concreto per ridurre il randagismo e migliorare la vita degli animali sul territorio, intervenendo alla radice del problema invece che solo sulle sue conseguenze, come avviene con la ricerca di una famiglia adottiva.
Microchip Day e attività sul territorio a Rogliano
Nei giorni successivi ci siamo spostate in Calabria, a Rogliano, in provincia di Cosenza, dove ha sede il piccolo rifugio casalingo di “Amici degli Animali FEF”, secondo partner del progetto “Non Uno di Troppo”.
Il momento centrale delle attività è stato il “Microchip Day”, una giornata dedicata alla registrazione degli animali domestici, con visite porta a porta. L’iniziativa ha permesso di sensibilizzare i cittadini sull’importanza del microchip come strumento fondamentale di identificazione, favorendo una gestione più responsabile degli animali e l’ingresso nella legalità.
In Calabria il randagismo canino e felino rappresenta ancora un grave problema sociale e accanto agli animali senza proprietario, si incontrano spesso cani legati a catena o confinati in spazi inadeguati.
Il rientro a Milano ha segnato la fine della missione, con la consapevolezza dei tanti passi avanti compiuti in questi anni dal progetto e di quelli ancora necessari per migliorare la situazione di questi territori pieni di sfide.
Dal 2019, il programma “Non Uno di Troppo” ha permesso di raggiungere numeri significativi, che raccontano un impatto concreto:
- 4.655 sterilizzazioni totali realizzate dall’avvio dell’intervento
- 3.037 interventi effettuati in Campania
- 1.618 interventi effettuati in Calabria
Ogni sterilizzazione significa migliaia di cuccioli in meno, destinati all’abbandono o ai canili lager.
Quest’anno “Non Uno di Troppo” può contare sulla collaborazione di Fondazione Squadra4Zampe, che ci permetterà di rafforzare l’intervento.
E’ la prima volta che leggo di un progetto avverato contro le problematiche del sud.
Vi ringrazio di cuore e vi abbraccio.
Laura
Grazie dell’aggiornamento! Progetto importantissimo, complimenti!
Progetto splendido, specie in queste terre ove gli Animali non sono considerati Creature senzienti. Grazie
Scusate, qualcuno può spiegarmi come può la sterilizzazione ridurre il randagismo? Affermazione che, evidentemente, viene ripetuta ma non dimostrata nè spiegata. La normativa italiana, infatti, non prevede che un cane randagio possa essere catturato, sterilizzato e poi rimesso in libertà. Deve essere infatti trattenuto, ospitato e curato, a spese del Comune, presso canili comunali o convenzionati, salvo che a seguito di stringenti condizioni decise a livello regionale e formale autorizzazione. In Calabria, ad esempio – dove il fenomeno è particolarmente grave – un randagio può essere rimesso in libertà solo se sterilizzato, “microchippato”, sottoposto ai trattamenti sanitari necessari, valutato da un veterinario dell’ASL sotto il profilo comportamentale e sanitario, affidato formalmente a un tutore maggiorenne che ne assicuri il controllo, le cure e un ricovero idoneo, assicurato a spese del Comune, che deve anche tenere un registro di tutti i cani rimessi “in libertà” (microchip e territorio dove è stato reinserito) e vigilare sullo stato di salute del cane attraverso la polizia locale, le guardie zoofile e le associazioni riconosciute. Praticamente un percorso quasi impossibile da portare a termine, sia per ragioni culturali che economiche che organizzative. In più si aggiunga che – come dimostrano i Paesi (economicamente svantaggiati) dove si è adottato questo sistema (con minori paletti) – i cani rimessi in libertà continuano a costituire un pericolo per la sicurezza della circolazione di auto e moto e per la sicurezza delle persone, perché spesso costituiscono un branco che, soprattutto se affamato – può aggredire le persone. Il “cane di quartiere” – quello che la normativa attuale vorrebbe regolare, consentendo di rimetterlo in libertà – è tutt’altra cosa. Parla del cane isolato, del quale si prendono cura un po’ tutti nel quartiere, a cui danno da mangiare e che dorme qui e là, ora nel giardino dell’uno, ora dell’altro, benvoluto e accettato da tutti i residenti di un quartiere. Cosa ben diversa è il fenomeno del randagismo nel Sud Italia, concentrato nelle campagne e lungo le strade extraurbane, organizzato spesso in branchi e purtroppo, per ragioni culturali, costituito da cani non ben accetti, quando osteggiati, percossi o anche uccisi, dalle persone. L’iniziativa è lodevole ma forse bisognerebbe agire, con questi fondi, su altri fronti, per attenuare il problema: sull’ospitalità in canili e spazi all’aperto su terreni recintati messi a disposizione dei Comuni (responsabili del randagismo), ma soprattutto su iniziative informative e culturali a favore della popolazione.
Il quadro normativo e logistico che descrive è reale, ma si concentra sulla gestione del sintomo (il cane già in strada) e non sulla causa del problema.
Ecco perché la sterilizzazione è l’unico strumento scientificamente efficace per ridurre il randagismo:
Siamo totalmente d’accordo con lei sull’importanza delle iniziative culturali. Ed è esattamente questo l’obiettivo del bando: unire le sterilizzazioni mirate ad attività di sensibilizzazione e microchippatura, per educare alla proprietà responsabile e prevenire le nascite prima che si trasformino in randagismo.